I primi ricordi che ho di un negozio di dischi risalgono alla prima
infanzia. Mi ricordo delle cabine, simili a quelle che vedevo nei quiz
televisivi, in cui le persone entravano, si mettevano delle grosse cuffie
sulle orecchie e restavano lì, con lo sguardo perso nel vuoto, non
capivo ancora bene a fare cosa. Solo con l’età della ragione realizzai
che erano cabine di ascolto; ma ormai era troppo tardi, la (buona) abitudine
di poter ascoltare i dischi prima dell’acquisto era già passata
di moda. Per la scelta ti dovevi affidare alle poche trasmissioni musicali
della radio, relegate spesso a tarda sera; era una continua lotta con i
genitori che invece ti volevano a letto dopo carosello; quasi inesistenti
trasmissioni televisive musicali. Erano i tempi dei mangiadischi o, quando
andava bene, delle fonovaligie, aggeggi che i dischi se li mangiavano davvero
e non solo in senso figurato; solo dopo pochi ascolti il fruscio copriva
parole e musica. Erano i tempi dei 45 giri, gli LP c’erano, ma pochi o
nessuno li comprava; gli stessi artisti ben difficilmente programmavano
le uscite sulla lunga distanza del 33 giri, preferendo il meno impegnativo
45.
I primi contatti fisici con “l’oggetto disco” avvennero in alcuni viaggi
a Firenze, in compagnia di una cugina più grande di me. Al mercato
di San Lorenzo c’erano un paio di bancarelle che vendevano dischi, nuovi
e usati; mi piaceva stare lì a sfogliare quelle copertine. Non conoscevo
quasi nessuno di quei dischi, ero ancora molto ignorante in materia, ma
mi piaceva lo stesso, già allora avevo una innata attrazione verso
il vinile.
E visto che la cosa mi piaceva da morire, che mi piaceva scoprire pian
piano ritmi e suoni, via via che crescevo cercavo di documentarmi sempre
più ed allargare il mio raggio di conoscenze. Dal 45 giri passai,
visto che anche i tempi si erano evoluti, al più impegnativo LP.
Ricordo ancora i primi due 33 giri che acquistai: “Amore e non amore” di
Battisti, attratto soprattutto dalla pruriginosa “Dio mio no” e “3” di
Santana, a scatola chiusa, appena uscito, senza averlo mai sentito, spinto
dall’entusiasmo che mi aveva procurato la recente scoperta della mitica
“Samba Pa Ti”. Battisti fu, allora, una mezza delusione: non era ancora
pronto per comprendere quegli intermezzi musicali che prendevano più
di mezzo disco, lasciando troppo poco spazio alle canzoni vere e proprie
che invece mi piacevano tantissimo, mentre Santana mi aprì definitivamente
la mente verso mondi e suoni nuovi; il rock, il jazz, la musica latina
e tanto altro che pian piano scoprii. D’improvviso mi si spalancarono nuovi
ed incontaminati orizzonti musicali.
A parte i pochi soldi a disposizione, era in ogni caso maledettamente
difficile trovare quei dischi di cui leggevo nelle poche riviste specializzate
dell’epoca, che avevo iniziato avidamente a divorare, o che avevo modo
di ascoltare in qualche trasmissione radio finalmente un po’ più
competente. Noi poveri ragazzi provinciali fantasticavamo sui racconti
di negozi fornitissimi delle grandi città, che qualche fortunato
aveva avuto modo di visitare. Ricordo come fosse ieri il primo viaggio
in treno, direzione Bologna, alla “conquista” del mitico Nannucci. Ci avevano
raccontato che aveva tutto il desiderabile, perfino dischi importati dagli
States… In realtà c’erano, si, una gran quantità di dischi,
ma le cose introvabili continuavano a restare tali: Comunque ci spendemmo
tutto lo spendibile e ce ne tornammo a casa strafelici, pronti per infinite
sedute di ascolto con i compagni di viaggio.
Il negozio che mi fece diventare “adulto” fu comunque Contempo di Firenze.
Grazie anche al felice periodo musicale, il punk prima e la new wave
poi, fu una miniera inesauribile di nuove cose, di scoperte continue. Anche
il rapporto con il venditore di dischi era diverso; non ti limitavi ad
entrare, chiedere, acquistare ed uscire, ma finalmente chi ti vendeva era
anche in grado di poterti consigliare, in base ai tuoi ed i suoi gusti,
sempre pronto a darti l’ultima soffiata su cosa valeva la pena di ascoltare.
I commessi erano ragazzi come te, forse ancora più appassionati
di te. E quando poi erano ragazze piacenti, oltre che competenti, come
nella prima sede di Contempo cosa chiedere di più… Ci passavo ore
a sfogliare ed ascoltare dischi, discutendo e commentando, felice di uscire
con i polpastrelli neri ed indolenziti e con l’immancabile busta piena
di LP. Seguii tutto l’evolversi del negozio, fin dalla prima modesta sede
di Via Pietrapiana, con la nascita dell’etichetta discografica; spesso
capitava di poter scambiare idee anche con chi i dischi li faceva materialmete,
erano i tempi dei primi Litfiba, dei Diaframma. Spesso Pelù, Fiumani
ed altri musicisti erano a sfogliare dischi accanto a te, ci potevi parlare
tranquillamente di musica, di quello che facevano, il contatto era davvero
diretto. Poi il trasferimento in Via de’ Neri, sede più grande,
con allargamento anche degli orizzonti, sempre attenti ai suoni del momento.
Era il periodo di certi suoni elettronici, come coda della new wave, ma
anche del Pasley, del ritorno alle radici del suono americano. Iniziò
allora la riscoperta di fantastici gruppi anni ’60 fino allora rimasti
nell’ombra, anche se tanto avevano seminato per le future generazioni.
Poi Contempo si perderà definitivamente, travolto dalle manie di
grandezza di un nuovo negozio patinato tutto marmi, ma soprattutto dal
cambiare dei tempi e delle tendenze musicali, che si andavano dirigendo
verso i suoni discotecari anni ’80.
Ma io nel frattempo mi ero ben schiarito le idee su quello che volevo.
Si, adesso le idee erano finalmente chiare. E così, grazie anche
a qualche soldarello in più disponibile da quando lavoravo, avevo
iniziato un incredibile peregrinare nei negozi di mezza Italia; spesso
i viaggi in determinati luoghi erano decisi più in base alla presenza
di qualche negozio di dischi interessante che da motivi strettamente turistici.
Tutte le volte che passavo da Roma studiavo attentamente gli orari in modo
che mi rimanesse almeno un’oretta per il cambio di treno, in modo da poter
fare un salto da Millerecords, situato a pochi isolati dalla stazione.
Il tragico era che i treni quasi mai erano in orario, come. Ulteriore complicazione
fu l’apertura di Disfunzioni Musicali, sempre abbastanza vicino alla stazione,
ma non troppo da poter fare tutto in un’ora o quasi. Disfunzioni era però
una miniera troppo importante e appena avevo una lista abbastanza lunga
di titoli c’era sempre una scusa per cui fare una scappata, anche solo
per un giorno, a Roma.
Ormai portavo fissa con me, oltre che i documenti, anche una busta
ben ripiegata. Se non siete dei fissati del genere penso che non capiate
bene a cosa poteva servire. Succedeva che nel peregrinare tra un negozio
e l’altro capitasse che dovevi entrare appunto in qualche negozio dopo
che avevi comprato dei dischi in un altro. Ecco, allora, prima di entrare,
aprivi la tua bella busta e ci mettevi dentro l’altra con i dischi, dopodiché
con aria indifferente potevi entrare nel nuovo negozio pronto a riprendere
la caccia. Fondamentale era naturalmente scegliere buste di dimensioni
giuste da contenere quelle con i dischi e soprattutto di genere strettamente
non musicale.
Dovunque andassi cercavo di reperire prima qualche indirizzo di negozio
che potesse essere interessante, perché dovunque si poteva celare
qualcosa di inaspettato; in genere erano scoperte poco interessanti, ma
talvolta si poteva anche trovare qualche tesoro nascosto. Ricordo ancora,
ad esempio, di quando il cuore mi arrivò in gola in un negozietto
insipido di Perugia, allorchè scoprii una copia di un disco dei
Corvi, gruppo italiano anni ’60, rarissimo e super valutato nel mondo collezionistico
che mi portai a casa, incredulo, con 5.000 misere lirette, visto che era
anche nel reparto offerte !!!
A proposito di collezionismo c’è un posto che non ho mai voluto
frequentare: le mostre, appunto, di pezzi da collezione. Ho sempre comprato
solo dischi a prezzo “normale”; non mi sono mai piaciuti i loschi figuri
che cercano di speculare su una passione.
Ma fu con i primi viaggi all’estero che si aprì l’Eldorado.
Ricordo a Parigi, tanti anni fa, le giornate passate alla FNAC a rovistare
tra gli infiniti scaffali; come era dura ritagliare anche qualche momento
turistico tra tutto quel ben di dio… però anche la mia ragazza aveva
qualche diritto. Capivo che era dura sopportarmi; e visto che di pazienza
ne aveva tanta, mi toccava anche passare qualche ora a giro tra monumenti
vari. Si, va bene la Torre Eiffel, Notre Dame, la Senna… ma io non vedevo
l’ora di ributtarmi tra quelle pile di dischi che mi aspettavano. Fu però
grazie ad una visita al Louvre che scoprii un negozietto lì vicino,
mi pare si chiamasse American Records, che era una miniera di vecchie cose
americane anni ’50 e ’60 in cui lasciai un patrimonio. Divenne un punto
fisso di tutti i miei viaggi parigini; come mi piaceva il Louvre… tutte
le volte volevo rivederlo.
Poi Londra, non tanto per i mega negozi, preferivo quelli parigini
più completi ed anche più economici, ma per la miriade di
negozietti variopinti pieni di gente incredibile. Erano appena passato
il ciclone punk, si era in piena era dark; trovavi cose indescrivibili,
non solo tra i dischi, ma soprattutto tra i frequentatori.
Poi, finalmente, gli Stati Uniti; come dire il paradiso in terra. Tutto
quello che per anni avevi cercato e non trovato lo avevi a portata di mano.
Prima di ripartire dovetti comprare una valigia apposita che potesse contenere
la montagna di dischi che avevo acquistato. Fortunatamente alla dogana
nessuno fu insospettito da quel valigione pesante che mi trascinavo dietro;
anche il cane che mi sniffò tutto non era stato miracolosamente
addestrato per riconoscere l’odore dei dischi, ma solo quello della droga,
altrimenti avrei rischiato l’arresto per importazione abusiva.
Fu proprio in occasione di quel viaggio che però cominciai a
notare i primi cambiamenti. Era appena nato il cd, che prepotentemente
stava rubando la scena al vecchio LP. I vecchi scaffali pieni di polverosi
LP venivano velocemente sostituiti spesso con teche in cui i dischi erano
custoditi sotto chiave; non avevi più modo di toccare, vedere i
titoli. La cosa da subito non mi piacque, ma ben presto la maggiore praticità,
la migliore dinamica (da non confondersi con qualità sonora) e soprattutto
le varie ristampe di vecchi dischi, mi fecero convertire, anche se un po’
a forza, al cd.
Ma il divertimento, come detto era minore, il contatto fisico con l’oggetto
disco era improvvisamente venuto meno; era come andare a letto con una
donna senza averla potuta nemmeno mai baciare prima: la cosa poi magari
ti piaceva comunque, ma qualcosa mancava…
Per diversi anni comunque, seppur con minore soddisfazione, la cosa
è andata avanti. Poi altri basilari accadimenti si sono affacciati
all’orizzonte. La nascita di internet prima e dell’mp3 hanno definitivamente
rotto l’incantesimo. Intendiamoci anche qui ci sono aspetti positivi e
aspetti negativi. Tutto quello che avevi agognato, con internet lo trovi
a portata di un click del mouse; ormai puoi tranquillamente ordinare tutto
quello che è uscito in qualunque angolo del mondo, a prezzi tutto
sommato anche inferiori rispetto a quelli del negozio sotto casa. Con gli
mp3 che poi ormai girano vorticosamente anche nel pulviscolo atmosferico
puoi assaggiare quello che ti piace di più e mirare sicuramente
maggiormente gli acquisti. Ma, parlando qui dell’aspetto feticistico verso
l’oggetto disco, tutto ciò e stata la mazzata finale. Il contatto
fisico è ormai completamente sparito ed anche i vari negozi che
tanti bei ricordi ti suscitavano, stanno venendo meno uno dopo l’altro.
In quei pochi che ancora sopravvivono, ho ormai quasi timore ad entrare.
I dischi sono sempre più relegati in spazi minimi, mentre prendono
sempre più piede dvd, videogiochi e altre diavolerie varie. L’offerta
è ormai ridotta a pochi e sicuri titoli che il negoziante è
sicuro di riuscire a vendere. Insomma, una tristezza infinita.
Non voglio in questa sede entrare in critiche verso coloro che possono
essere i responsabili di questa situazione; perché di responsabili
ce ne sono, e anche diversi. Non si può giustificare il tutto solo
con l’avvento delle nuove tecnologie, di cui bisognerebbe riuscire a sfruttare
gli aspetti positivi, senza arroccarsi in castelli di sabbia corporativi
che piano piano si sgretolano. No, questo è solo il lamento di un
innamorato a cui è venuto meno un grande amore. O meglio, il grande
amore come si sa è immortale ed allora, nonostante tutte le traversie,
continua ad ardere. Ma ormai non c’è più quella complicità
tra amanti, non ci sono più i furiosi amplessi giovanili.
Sono riuscito perfino a far ingelosire il mio caro impianto hi-fi,
abituato a sorbirsi ore ed ore di ascolti, perennemente con le valvole
arrossate ed infuocate, sbuffante e surriscaldato, ma felice.
Adesso guarda in cagnesco il pc con quelle cassine da due lire che
sputano musica tutto il giorno.
E lo vedo che sta male, che pare dirmi: “Ma non vedi che casse procaci
e debordanti che ho? Come fai a preferire quei trabiccoli insignificanti?”
. Ed io so che ha ragione, ma cosa potrei dirgli ? Come potrei giustificarmi
? Come potrei spiegargli che, in fondo, siamo in due a soffrire.
E meno male che ancora non ha realizzato a cosa serva quell’aggeggino
bianco minuscolo con su scritto i-pod e con il quale sempre pù spesso
esco, altrimenti sarebbe proprio la fine…
IZIMBRA
Maggio 2007